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La città del sole

Ci sono alcuni pezzi del puzzle che cerco di ricomporre che sono troppo simili tra loro. Non riesco a distinguere il verde, il rosso, l’azzurro.

Ogni pezzo ha la sua fottuta posizione.
Eppure sono troppo simili tra di loro per poterne carpire la collocazione.

La mia identità monouso viaggia nel cuore della composizione. Si cerca e si svende in quell’assemblaggio identico di brandelli da ricostruzione di un’immagine data.

Il mio sforzo mentale tradisce l’origine del segnale nativo.

Il mio cuore assegna un contratto a tempo indeterminato al mio istinto. Si deresponsabilizza.

Così mentre lui svolge il suo porco lavoro, arriva, alle spalle, la sensatezza che ti avvolge nella sua irruzione e ti indica il pezzo giusto da inserire nell’incastro corretto.

Ormai non ci credevo più. Ormai avevo tacciato il mio mondo di determinatezza.

Così la mia identità indossata e dismessa. Così il mio elaborare decostruito e cestinato.

Io non ho un corpo. Io sono un corpo. E quel sorriso ne fa parte. Non è un oggetto fuori da te.

Gli occhi ne fanno parte, le passioni tristi ne fanno parte, le tue labbra ne fanno parte.

“Individuo” è  una parola strana. Segnala il concetto di soggetto e, al tempo stesso, la capacità di questo di cogliere le cose.

Così io individuo, mentre tu, magnificamente cogli ciò che l’individuo non pondera.

Toccami ancora alle spalle e sorprendimi di sorrisi e collocazioni poco ortodosse.

Offrimi dell’acqua e abbraccia gli istanti che solo il ciglio di una strada può cogliere nel silenzio di un delizioso non farsi sentire.

Conserva il sapore della notte in bocca, mentre fai nascere un’alba.

Lasciamole cadere queste fottute stelle…

E oltre che mandarla iniziamo ad ascolarla anche questa cazza di musica.

Sono disarmato, fidati.




Pubblicato il 28/5/2009 alle 3.4 nella rubrica Diario.

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